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venerdì 15 agosto 2014

Della bioetica e responsabilità politica

Vi riproponiamo un'interessante articolo di Maurizio Mori (Presidente della Consulta di Bioetica Onlus, Professore di bioetica, Università di Torino) dal titolo Della bioetica e responsabilità politica apparso il 30 luglio 2014 sulla rivista online Caratteri Liberi. Buona lettura.

Il prof. Maurizio Mori
Prima di cominciare a parlare di qualcosa è sempre opportuno cominciare a precisare ciò di cui si parla, perché non è sempre scontato che si conosca con sufficiente precisione l’oggetto del contendere. Con “bioetica” intendo non solo la disciplina intellettuale che produce libri e riviste specializzate, ma anche il movimento sociale che mobilita atteggiamenti e posizioni circa i problemi che si pongono in ambito biomedico e i cambiamenti al riguardo. 


Ci sono due considerazioni di fondo che stanno alla base della “bioetica” nel senso sopra precisato e che vanno fatte subito. La prima è che bisogna riconoscere che la nostra epoca è caratterizzata da quella che chiamo la Rivoluzione biomedica, ossia quel vasto movimento tecnico-scientifico che sta portando l’uomo al controllo del mondo vivente o organico. 

Sino a pochi decenni fa la vita appariva come entità misteriosa, inconoscibile e incontrollabile: oggi non è più così e progressivamente viene a rientrare nell’ambito della sfera umana. Si tratta di un movimento di proporzioni enormi, analogo a quello che ha caratterizzato la Rivoluzione industriale, ossia il movimento tecnico tecnico-scientifico che a partire dalla fine del XVIII secolo ha portato l’uomo al controllo del mondo inorganico. 

Come ha scritto il grande storico Eric Hobsbawm, la Rivoluzione industriale è stata la più grande trasformazione dell’umanità di cui si hanno documenti scritti, perché le capacità di muoversi più rapidamente (treno, aereo, auto, ecc.), di comunicare in tempo reale (telefono, televisione, ecc.), di produrre energia per modificare il mondo (elettricità, ecc.) hanno modificato in modo radicale il nostro modo di vivere. Questo processo, un tempo limitato alla sfera inorganica, ora si amplia anche a quella inorganica: gli effetti di questa nuova capacità non ci sono ancora ben chiari, ma essi saranno sicuramente stupefacenti e comunque non possono essere trascurati. 

Una sola esemplificazione: l’autore di questo scritto è nato nel 1951, e come tale è un esemplare dell’ultima generazione di individui che sono nati come si nasceva da sempre, cioè senza alcun controllo umano diretto: niente contraccezione, nessuna ecografia e tantomeno amniocentesi o diagnosi pre-impianto. Chi scrive è nato più o meno come si nasceva 10.000 anni fa, per non dire come i figli di Adamo e Eva. Questa generazione è in via d’estinzione, perché oggi la situazione è radicalmente diversa dal momento che ora ciascun nato è frutto di una oculata “programmazione” e di un attento “controllo” (medico-sanitario). Non è questo il momento di dare valutazioni circa la bontà o la malvagità di questi controlli: per ora è opportuno prendere atto che la capacità di metterli in atto comporta un importante cambiamento storico. Forse dobbiamo anche riconoscere che questo trend verso il controllo è anche inevitabile e che sarà sempre più pervasivo. 

Questa prima considerazione circa la Rivoluzione biomedica come processo storico di grande portata e pressoché inevitabile ha una importante conseguenza pratica: quando si esaminano i singoli problemi “eticamente sensibili” dobbiamo vederli come parte di questo più ampio cambiamento complessivo e generale e non isolatamente. I problemi “di fine-vita” che hanno visto come protagonista Piergiorgio Welby non sono isolati dai problemi dell’accesso alla RU486 o anche degli OGM, ma vanno visti come parti del grande processo storico messo in atto dalla Rivoluzione biomedica, la quale ci porta a sottoporre a controllo umano la morte come la nascita e le varie fasi della vita. 

Sottolineo quest’aspetto perché oggi, per lo più nell’ambito della politica istituzionale, si tende invece a vedere l’albero singolo senza tener conto della foresta in cui esso è collocato: per esempio, si parla dell’aborto come di un tema specifico senza tener conto delle tante connessioni che esso ha con le altre centinaia di problemi. L’errore del guardare al problema singolo sta nel fatto di essere indotti a credere di poterlo risolvere come tale, a prescindere dal contesto generale. Insomma, questa impostazione porta a dire che per esempio l’aborto è una “piaga isolata” da curare con unguenti ad hoc, senza vedere che invece esso è un sintomo di un cambiamento generale di condizione vitale: non di una “piaga” ma di un “cambiamento di pelle”, determinato dall’avvento della Rivoluzione biomedica. 

La prima considerazione sopra fatta è di carattere fattuale ossia riguardante eventi storici che sembrano essere empiricamente constatabili: è difficile negare che in campo biomedico la situazione sia di generale subbuglio e di ebollizione, anche se non sempre si riesce a capire che il cambiamento è globale e, forse, irreversibile. 

Per esempio, la capacità di controllo della fertilità è un fatto acquisito, e si fa fatica a pensare di potervi rinunciare o di poter tornare indietro: a meno che intervenga una qualche catastrofe storica di proporzioni non auspicabili (una sorta di collasso di civiltà) è difficile credere che si ritorni una condizione simile a quella del passato in cui gli umani provvedevano alla regolazione delle nascite attraverso l’azione volontaria. Ovviamente, la constatazione del fatto storico è ben diversa dalla sua possibile valutazione positiva o negativa. Si può prendere atto di una situazione, anzi forse si deve farlo per evitare di assomigliare a un don Chisciotte che vive nel suo mondo fantastico sganciato dalla realtà, senza per questo dover dire che essa sia accettabile o buona. Consapevole di questo aspetto, propongo ora la seconda considerazione di fondo circa la bioetica, che è appunto di carattere valutativo e riguarda il giudizio “morale” da dare circa le nuove capacità umane di controllo della vita messe a disposizione dalla incipiente Rivoluzione biomedica. 

Prima di farlo, però, vanno individuati i criteri generali o i principi alla base di questa valutazione. Al riguardo ci sono due grandi modelli o paradigmi di pensiero: da una parte quello tradizionale che rimanda al diritto naturale che prevede divieti assoluti, ossia proibizioni nette che non ammettono eccezioni e vincolano sempre in ogni circostanza; e dall’altra il paradigma moderno per il quale la moralità è un’istituzione sociale che prevede solo divieti prima-facie, ossia proibizioni che valgono di primo acchito o in prima istanza, cosicché un dato divieto può ammettere eccezioni in presenza di altri doveri più stringenti e da bilanciare a seconda delle situazioni. Chi fa riferimento al diritto naturale suppone che la moralità sia un’istituzione immutabile e a-storica con fondamento nella metafisica (il cui rispetto garantisce la vita eterna nell’al di là), mentre chi fa riferimento all’altro paradigma vede la moralità come un’istituzione storica che ha come scopo un certo livello di coordinamento della vita sociale al fine di garantire la dignità e un adeguato livello di benessere per tutti. 

Distinti i due modelli di valutazione, dichiaro che il criterio adeguato di valutazione da assumere in bioetica è il secondo sopra esposto: quello che fa appello alla moralità come istituzione storica e dinamica, capace di adeguarsi alle nuove realtà sociali. Se accettiamo questo, allora perde forza un’idea piuttosto diffusa in Italia secondo cui si deve continuare a fare “come si è sempre fatto da che mondo è mondo”, e che le novità possono riguardare l’ambito tecnico ma non quello dei “valori” o della “moralità” in cui invece varrebbe sovrano il rispetto delle “tradizioni avite” e il ritorno alle “radici”. Ci sono migliaia di variazioni per trasmettere questo messaggio: dai movimenti di chi a gran voce chiede: “Voglio la mamma”, o forse la “Voglio la nonna e anche la zia Pina!”, a coloro che si appellano alla cosiddetta “questione antropologica” che sembra più rilevante perché essa dà per scontata l’immutabilità della natura umana (alla base appunto del diritto naturale). Bisogna essere consapevoli del fatto che questi orientamenti culturali sono di stampo conservatore, e che a dispetto di un linguaggio sciolto e a tratti innovativo essi rimandano al passato e continuano a farci vagheggiare un mondo che ormai è scomparso e sarà sempre più in declino. 

La mia proposta sul piano valutativo per affrontare le questioni bioetiche è che si faccia riferimento all’altro criterio di valutazione, quello in cui la moralità è vista come un’istituzione storica tesa a garantire il benessere di tutti (i senzienti) per cui si mette al centro l’etica della qualità della vita. Invece che guardare al passato e rimpiangere le tradizioni, in questa prospettiva si guarda al presente in vista del futuro e si assume l’atteggiamento progressista di chi cerca di prevedere come sarà la vita nel prossimo futuro per anticipare le esigenze dei cittadini. È questo il compito che chi si impegna nella politica istituzionale dovrebbe porsi come preminente. Infatti, credo che il politico abbia una funzione analoga a quello dell’urbanista che, quando progetta un territorio, prevede i flussi di traffico e strade adeguate per evitare ingorghi o incidenti. 

Analogamente l’architetto che progetta una casa: se sa prevedere dove andranno i mobili e mette le prese dell’energia elettrica nei posti adeguati, riesce a evitare ulteriori incomodi. In entrambi i casi, la previsione delle esigenze dei fruitori aumenta il benessere dei cittadini e la loro qualità di vita: analogamente deve fare il politico sulle questioni bioetiche. Questi deve essere in grado di capire quali saranno gli sviluppi dei modi di vita delle persone per garantire a esse dignità e benessere adeguato alle circostanze. 

Se sono accettabili queste considerazioni generali, allora chi fa politica istituzionale dovrebbe essere preoccupato non tanto di fare la “conta delle teste”, di andare alla caccia del consenso o di rappresentare la media dei cittadini, ma di avere una prospettiva progressiva e capace di avanzare proposte costruttive. 

In Italia nel 1975 la Riforma del diritto di famiglia introdusse la “parità dei coniugi” e la “separazione dei beni”, modifiche che allora non rispondevano al parere medio e che suonavano come troppo avanzate. Erano in molti, allora, ad essere contrari alla parità dei coniugi, dal momento che la presenza del “capofamiglia” (il marito, ovviamente) era vista come garanzia di ordine sociale nella famiglia. Per ragioni simili molti italiani non si sono avvalsi della facoltà di procedere alla separazione dei beni, giudicando quella misura come futile e poco consona al patto matrimoniale. 

Ebbene, quella Riforma che allora non riscuoteva grande consenso, è presto diventata molto benefica e ha prodotto enormi vantaggi per la vita sociale italiana. In questo senso, credo che si debba avere il coraggio di avanzare proposte avanzate tese a svecchiare il paese. Si causano positivi danni quando non si attuano i cambiamenti sociali richiesti, e ci si pone nella situazione di chi non cambia le scarpe al bambino che cresce perché crede che si debbano rispettare le tradizioni ricevute: quando il giovane cresce e il piede si allunga, le vecchie scarpe fanno male e vanno buttate. Analogamente, quando il modo di vivere cambia in modo sostanziale perché le capacità umane sono aumentate, le vecchie norme sono un ostacolo alla vita sociale e vanno cambiate. Non farlo è un impedimento alla fioritura umana, una sorta di zavorra o di palla al piede che impedisce la crescita. In questo senso, l’attuale situazione di “moratoria sulla bioetica” è negativa, e non può essere accettata a cuor leggero o con rassegnazione. L’assenza di norme più adeguate sul fine-vita e sull’inizio vita sono fonte di enormi sofferenze per i cittadini e questo è intollerabile. 

Come conclusione una sola parola circa l’invito che il 10 luglio 2014 il presidente Napolitano ha rivolto al Parlamento affinché esso torni a occuparsi dei temi bioetici. Gli si è subito obiettato che questi diventano “divisivi” e che oggi c’è bisogno di mantenere l’unità e di concentrare le energie sui problemi economici: al contrario la bioetica non produrrebbe posti di lavoro né ricchezza economica. 

Quest’ultima considerazione è empiricamente falsa, perché per esempio il blocco sulla ricerca scientifica sulle cellule staminali embrionali è fonte di positivo danno economico. Solo per portare un esempio, un centro italiano ha dovuto restituire all’Europa ben 13 milioni di euro ricevuti per un progetto di ricerca che non poteva essere effettuato dopo l’avvento della legge 40/2004. Ancora, il “turismo riproduttivo” cui sono state in pratica costrette molte cittadine italiane ha avuto un forte costo (altri milioni di euro) e ancora grava sulle nostre finanze. 

Inoltre, l’obiezione sottende un modo ristretto di considerare l’economia: una più duttile concezione della famiglia e dei rapporti personali tra le persone ha un impatto economico notevole, anche se non immediatamente quantificabile. Infine, non si può dimenticare che la società abbisogna anche di prospettive ideali: quando dopo la Seconda guerra mondiale il mondo era allo stremo e fumante per la distruzioni causate dal conflitto, assieme ai vari piani di ricostruzione economica i governanti di allora pensarono alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo che è diventata ben presto il vessillo della nostra civiltà. Credo che qualcosa del genere dovremmo fare oggi noi in Italia e mi auguro che la giovane generazione si impegni in questa direzione. 

Maurizio Mori 




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