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lunedì 22 agosto 2016

I depistaggi su Giovanna: "Tre ore di messinscena dopo la morte della bambina in clinica"

6 MAGGIO 2016 - Si sono messi d'accordo per raccontare un'unica verità ufficiale, che verità non è. L'hanno recitata davanti ai carabinieri del Nas, "come una poesia imparata a memoria". Chirurghi, anestesisti, assistenti. Tutti. Quelli che si trovavano nella sala operatoria di Villa Mafalda mentre la piccola Giovanna moriva privata dell'ossigeno da una macchina difettosa, e quelli che dovevano esserci e invece erano al bar.
"Dichiarazioni false e reticenti", le definisce il pubblico ministero di Roma Mario Ardigò, che ha comparato i lacunosi verbali di interrogatorio con quanto invece veniva fuori involontariamente dalle intercettazioni "con amici, familiari e amanti" dei protagonisti di uno dei più gravi episodi di malasanità degli ultimi anni.
Culminato, secondo il pm che ancora è in attesa della decisione del giudice sul rinvio a giudizio per i due anestesisti, con una rianimazione di tre ore e mezzo su un corpicino già privo di vita. Una messinscena per cancellare le tracce dell'errore. "Le sono stati infusi liquidi - si legge nell'atto di accusa - per provocare l'espulsione per via urinaria di farmaci ritenuti, erroneamente, responsabili del decesso".

La chiamata in sala 

La storia è quella di Giovanna Fatello, dieci anni, entrata nella clinica romana Villa Mafalda la mattina del 29 marzo 2014 per un banalissimo intervento di plastica al timpano e morta sotto i ferri. "Alle 10.10, quaranta minuti dopo l'inizio dell'operazione, si è verificata una bradicardia poi evoluta in arresto cardiocircolatorio. La paziente è morta alle 13.40", scrive quel giorno nella cartella l'anestesista Pierfrancesco Dauri, il principale indagato. Non è andata così. I periti della procura ritengono che il decesso sia avvenuto in realtà tra le 9.40 e le 9.50, e per questo è indagata per falso ideologico e abuso d'ufficio anche la direttrice sanitaria Rossella Moscatelli. Soprattutto, Dauri non c'era nel momento della crisi.


Le nuove accuse per il decesso verificatosi a Villa Mafalda, a Roma, nel marzo del 2014: rianimazione simulata per coprire gli errori. E all'anestesista che aveva segnalato il guasto della macchina dissero: "Che ti frega, tanto tu domani sei in un'altra sala operatoria"


Dopo aver fatto l'anestesia e intubato la bambina, esce per andare al bar interno della clinica. "Sono rientrato subito", si è difeso. È smentito però da una telefonata che fa col suo cellulare al fisso della camera operatoria alle 9.49 e durata 42 secondi. Di quella chiamata nessuno si ricorda. I membri dell'equipe operatoria (due chirurghi, due anestesisti, tre infermieri) non ne fanno cenno agli inquirenti. Nessuno ha risposto a quel telefono, però qualcuno ha parlato con Dauri per 42 secondi. Solo Giovanna Lotti, infermiera strumentista, si dice certa che "Dauri non ci fosse". La sua assenza dalla sala ha portato all'iscrizione nel registro degli indagati anche dei due chirurghi otorini, Giuseppe Magliulo e Dario Marcotulli, perché sono i responsabili dell'operato dell'equipe.

L'anestesista fantasma 

All'intervento partecipa un secondo anestesista, Federico Santilli, cui i carabinieri del Nas dedicano un'ampia parte dell'informativa finale. Lo descrivono così: "Persona da tempo pesantemente dipendente da sostanze stupefacenti, dedita in maniera persistente alla bugia". Santilli è l'anestesista fantasma, perché non compare sulla cartella clinica. Non solo. Davanti agli inquirenti, i membri dell'equipe balbettano: non si ricordano come si chiama, sostengono di averlo visto per la prima volta quella mattina. "Non posso essere sicura della sua presenza in sala", dichiara, per esempio, la Lotti. "È anche possibile che sia uscito...". Santilli, stando agli investigatori, non ha dimestichezza con il dispositivo Draeger da cui dipendeva la vita della bambina. Non è un dettaglio, questo.

La leva che nessuno ha tirato

Giovanna, infatti, è morta perché nessuno ha tirato una leva. L'ipossia, cioè la mancanza di ossigeno che se l'è portata via in meno di cinque minuti, potrebbe essere stata causata da una manovra errata con l'apparato di ventilazione Draeger: non è stata azionata la leva di deviazione meccanica dell'ossigeno, per cui dopo essersi addormentata, Giovanna ha cominciato a respirare anidride carbonica. Se si interviene in tempo, non si muore. Ma il saturimetro dell'apparecchio era malfunzionante. Lo riferisce un'altra anestesista, Maria Sanfilippo, chiamata d'urgenza quando ormai non c'era niente da fare. "Lo avevo utilizzato il giorno prima - ha raccontato, durante l'incidente probatorio - e avevo segnalato che non funzionava a una delle addette al blocco operatorio. Mi ha risposto "che te frega, tanto tu domani lavori in un'altra sala"".

Fabio Tonacci

Fonte: la Repubblica



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